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Berlusconi si deve dimettere!! L'appello
Per adesioni:_

mariagrazia.campari[CHIOCCIOLA]tiscali[PUNTO]it
lilianamoro[CHIOCCIOLA]tiscali[PUNTO]it 
 

_*/Maschilismo di Stato, morte della democrazia: Berlusconi si dimetta/*_


Con questo appello, intendiamo richiamare l’attenzione pubblica sulla spirale negativa innescata dai comportamenti del ceto politico al potere in Italia: dai gesti quotidiani di disvalore verso il genere femminile si sta arrivando ad un attacco di stampo maschilista contro la stessa integrità delle istituzioni democratiche. In altre parole, si passa da una democrazia incompiuta alla cancellazione stessa della democrazia.


Il Presidente del Consiglio è stato colto, infatti, nell’atto di passare da un utilizzo mercificato di corpi femminili per propri svaghi privati, ma giocati in luoghi destinati a fini pubblici, alla attribuzione diretta di cariche ministeriali e parlamentari (italiane ed europee) elargite come riconoscimento al fascino fisico delle candidate.
 
Questo comportamento è stato, da ultimo, anche sostenuto da dichiarazioni pubbliche quali” Gli italiani mi vogliono così...Sono sostenuto da un gradimento al 61%...Porto con me le veline (sulla scena del futuro G8) altrimenti ci prendono tutti per gay..”, insomma, potendo. così fan tutti. Riconoscere che l’ampio consenso di cui gode tuttora Berlusconi vada attribuito in gran parte al fatto di interpretare modi di pensare e di agire patriarcali, radicati nel senso comune di uomini – e purtroppo anche di donne- non deve diventare un alibi per lasciare in ombra il pericolo rappresentato dalla sua permanenza in una delle più alte cariche dello Stato.


Quindi, vogliamo dire all’“utilizzatore finale” di prestazioni femminili che “grandi quantitativi” di italiane e italiani intendono contrastare questo degrado, al medesimo tempo personale e politico- due sfere implicate da sempre, al di là di ogni contrapposizione astratta e funzionale al protagonismo storico del sesso maschile. E' necessario fermare la pericolosa deriva autoritaria di una società che si presenta incardinata sulla esclusione femminile e sulla disuguaglianza (di sesso, di razza, di condizione) e che sta compiendo il passo fatale: dalla riduzione al potere oligarchico maschile alla completa erosione degli assetti democratici, violando la pari dignità umana di donne e uomini, la libera espressione del pensiero, la libera informazione, la libera competizione nella rappresentanza.


Chiediamo a chi si riconosce in questo appello di dare avvio ad un movimento che, partendo dalla conoscenza dei fatti, elabori in forma partecipata azioni incisive tese ad ottenere, come atto primo indispensabile per il rispetto di elementari principi di democrazia e di civile convivenza fra i sessi, le dimissioni di Berlusconi e dei suoi fidi seguaci dalle cariche pubbliche.


Maria Grazia Campari
Floriana Lipparini
Lea Melandri

30 Giu 2009
Comunicato per i diritti delle sex worker
La condizione femminile nel nostro paese per quanto riguarda corpo, sessualità e scelta è messa proprio malissimo.
La sessualità femminile quando è indipendente biene vista di cattivo occhio, sopratutto agli uomini di potere che fanno di quella sessualità una merce di consumo assoggettata al loro potere.

Il nostro paese poi si sa che oltre ad essere maschilista è pure molto ipocrita, che permette a chi ha il potere di fare tutto ciò che vogliono.
Tutto ciò che fa la gente comune è soggetta ad una serie di divieti. Tu non puoi vendere droga nè consumarla, i politici possono comprare e consumarla. Attaccano chi divorzia organizzando i family day e parlando di famiglia e poi sono i primi che di famiglia non ne hanno. La sexworker non può essere libera di scegliere se vendere il suo corpo, mentre in politica abbiamo le ragazze sono in vendita ma l'unica differenza è che non scelgono precisamente ma vengono solo usate. Qui appunto le donne non scelgono ma vengono considerate oggetti usati per soddisfare il piacere del capo e dei suoi amici. A noi donne è probito scegliere.

Infatti quando si parla di decreti antiprostitute allo stesso modo di quando una donna sceglie di denunciare uno stupro, le si da la colpa e non a chi compra o chi sfrutta la prostituzione (fenomeno che rimane nell'ignoto). Perchè la prostituzione è ancora considerata una questione di decoro. Le donne semi nude danno fastidio in strada ma non in tv o nei calendari, reputati trampolino di lancio per il Parlamento italiano. Ci chiamano tutti zoccole senza accusare mai il sistema.

La sessuofobia e il maschilismo italiano poi ha stabilito quando una donna deve apparire e come o in quale situazione. La nostra società ci vende rotocalchi, programmi televsivi dove le showgirl sono donne cosidette perbene, che ammiccano in ogni programa televisivo ma pubblicamente svelano il loro sogno di mettersi ai fornelli per accontentare i loro futuri sposi, di fare tanti bambini di essere votate per la famiglia a costo di lasciare il lavoro o addirittura di essere illibate.

La cosa che mi ha schoccato di piu' è l'erotizzazione delle donne che subiscono violenze, che soffrono, cosa che sappiamo ogni volta che ci propongono la versione porno dello stupro, oggi questa cultura è stata ri-confermata con la mercificazione femminile su ragazze che hanno subito il trauma del terremoto. Infatti, il cocorso Miss Italia non le ha
risparmiate.

E' triste. Due mesi fa le vedevamo soffrire per la perdita di beni e propri cari o ferite sotto le macerie e oggi, quegli stessi corpi femminili come nulla fosse vengono usati per il piacere maschile. Della serie la vita femmiile va risparmiata perchè serve solo per sodisfare gli appetiti maschili. Questa è purtroppo la nostra utilità che ci viene assegnata. Noi che non abbiamo diritto di vivere se non andiamo a letto con chi ha il potere o se non siamo corpi come ci descrivono i media (ricordandoci i casi delle donne non tanto malate o solamente invecchiate uccise da mariti, figli o semplicemente mollate o lasciate sole).

In italia poi c'è quel pallino fisso della vagina, l'unica cosa che è trattata ancora come uno stumento di paicere maschile. C'è sfruttamento della prostituzione ovunque, magnacci a capo di tv, pubblicità e politica che vendonola sessualità femminile come se fosse loro. Se una donna provasse a dire che è sua viene spacciata immediatamente come puttana, poichè qualcuno teme che siccome nostra siamo capaci di usarla per scalare la vetta.

La cultura educa il popolo maschile a controllare la nostra vagina, a venderla a stabilire come e con che mezzi ma nega a noi donne la libertà di gestirla e di stabilirne che uso farne a costo di tanti bei nomignoli usati per disprezzo.

C'è una visione malata nel rapporto tra i due sessi. L'omofobia è sintomo ad esempio di una visione sessuale che deve rientrare in certi canoni. Il piacere femminile è visto di cattivo occhio come ogn'altra forma di autonomia. Perfino le donne lesbiche vengono impiegate per il piacere maschile, poichè si vieta alle donne di essere indipendenti dalla figura maschile in ogni situazione. Questo dalla pornografia, da tutto ciò che è commerciale e si riversa in tanti episodi di lesbofobia che vengono dai media alimentati.

Non a caso siamo pure discriminate nel mondo del lavoro e nessuno provvede ad avviare leggi poichè andrebbe in contrasto con le leggi contro la scelta femminile che ogni giorno tirnao fuori. Subiamo abusi sessuali, ricatti, siamo usate per i piaceri maschili e non abbiamo nemmeno diritto di scelta. E il mondo dello spettacolo ne è lo specchio.

La Spagna e l’Italia appunto, sono i paesi dell’Unione Europea con i maggiori indici di discriminazione sul lavoro per motivi sessuali, e con i casi di abusi sessuali che arrivano addirittura al 55-56% del totale. Queste percentuali sono doppie rispetto ad altri stati membri come Finlandia, Germania o Lettonia, dove la cifra oscilla fra il 24 ed il 21%.


Lo ha stimato Maite Erro, esponente di “Uguaglianza di Uomini e Donne della Comunità Autonoma Basca”. Circa il 40% delle discriminazioni sul lavoro che si verificano nell’UE si deve a motivi sessuali, ed i paesi che piú contribuiscono alla media sono Italia e Spagna, nei quali il 56 e 55 % dei casi di abusi sul posto di lavoro hanno origine sessuale, secondo quanto ha affermato la Erro.


Per quanto riguarda la difesa dei diritti della donna, un 40% della popolazione europea è al corrente dell’esistenza di una legislazione specifica in materia, mentre solo il 30% è cosciente delle garanzie legali che tutelano la donna vittima di discriminazione e molestia sul luogo di lavoro.

Finlandia e Svezia sono in cima alla classifica per la percentuale di cittadini - circa il 41% - che conosce le istituzioni e le organizzazioni dalle quali possono ricevere aiuto e tutela giuridica nei fenomeni di maschilismo sul posto di lavoro. 

C'è comunque un comunicato stampa sulla situazione delle seworker:

 

COMUNICATO STAMPA 18/06/2009

Veniamo a conoscenza attraverso i media dell'inchiesta aperta a Bari dalla Procura Antimafia per indagare su uno dei tanti casi di corruzione pubblica che svela anche i retroscena delle feste nelle residenze del premier.

Non siamo stupite che  alcune giovani donne siano state invitate a recarsi nelle residenze del premier, dietro compenso.   .

Da sempre siamo convinte che per ogni donna libera sia lecito cogliere l'opportunità di usare il proprio corpo per guadagnarsi da vivere, anche attraverso l'offerta di intrattenimento e servizi sessuali. Questo noi lo chiamiamo Lavoro Sessuale, peccato che in Italia ci siano troppe resistenze nel riconoscerlo come lavoro.

Poiché ci rendiamo conto della delicatezza della situazione speriamo che i magistrati  tengano in considerazione la parola delle testimoni di questi fatti.

Il dibattito pubblico e mediatico che si è creato nel Paese  dopo la festa di Noemi ha evidenziato come in generale le donne coinvolte vengano esibite come "pulzelle" opportuniste che di fronte  alla "bramosia d'amor" del sire si trasformano in "puttane" quindi "teste inattendibile".

Affermiamo che le escort sono delle serie lavoratrici del sesso presenti in tutto il mondo e riconosciute come lavoratrici nei Paesi civili e non ipocriti (vedi Australia, Olanda, Svizzera, Germania ecc.).

Non si cerchi di screditare il valore del loro impegno civile e sociale nel collaborare con la magistratura e sopratutto si garantisca come per ogni testimone la tutela della loro vita privata e soprattutto della loro sicurezza.

La nostra associazione si complimenta con le giovani donne e colleghe che in questo caso stanno collaborando con la Procura Antimafia, per il coraggio e per il servizio che rendono allo Stato nella lotta contro il malaffare e la corruzione. Ci  rendiamo disponibile a fornire loro ogni assistenza morale contro eventuali linciaggi da parte di chi cercherà di screditarle.

Pia Covre e Carla Corso

Comitato per i Diritti Civili delle Prostitute Onlus
Italia
tel. 0039 0434 551868


22 Giu 2009
La condizione lavorativa delle donne in Italia: vergognosamente vergognosa
Dati sconcertanti sulla condizione lavorativa delle donne in Italia. Siamo fanalino di coda rispetto agli altri Paesi europei praticamente in tutti i campi...pare che al nostro Paese piaccia restare l'ultimo in classifica per quanto rigurda i diritti delle donne (e non solo, purtroppo. Conosciamo tutti le condizioni degli omosessuali e gli immigrati nel nsotro Paese).

1) Occupazione femminile.

Bankitalia ha fornito alcuni dati scioccanti sulla condizone delle mamme italiane: praticamente, a un anno e mezzo dalla nascita del proprio figlio, una mamma su cinque smette di lavorare. 
 

Sono il 70% che lasciano il proprio lavoro volontariamente, mentre le altre vengono licenziate a causa del fallimento dell'azienda oppure per il termine del contratto.

Secondo una ricerca condotta nel 2002 dall'Italian Birth Sample nell'arco dei due anni a
cavallo della nascita, il 20% delle donne che lavorava prima della maternità esce dal mercato del lavoro, mentre solo il 4% inizia a lavorare dopo il parto.


L'Italia è uno dei paesi europei con il tasso più basso di occupazione femminile a causa della mananza di servizi per l'infanza e per la cura di anziani, che gravano sulle nostre spalle. 

2) Tempo libero

Le poche che restano sul mercato di lavoro, a causa della mancanza di servizi sono cotrette a sacrificare il loro tempo libero.
Lo conferma un rapporto OCSE.

Gli uomini italiani hanno 80 minuti al giorno di tempo libero in più rispetto alle mogli. La differenza è molto evidente in Italia e Messico. I paesi in cui si arriva alla parità di tempo libero sono la Nuova Zelanda, la Norvegia con addirittura 16 minuti di tempo libero in più rispetto agli uomini, e la Svezia.

Sempre secondo la statistica, gli uomini trascorrono il loro tempo libero guardando la tv, mentre le donne lo impiegano per pulire la casa. Il lavoro domestico è ancora prerogativa femminile e le donne per cultura sono costrette a compierli senza  alcun aiuto del marito nella maggior parte dei casi.


3) Il lavoro piace alle donne


Fanalino di coda anche per il tasso di occupazione femminile che si arresta al 46,6 per cento rispetto alla media europea del 60 per cento.
Questo scandalizza perchè alle donne piace lavorare fuori casa, poichè si sentono autonome ma la società ostacola. Sono state fatte alcune ricerche: una dell'Osservatorio Cera di Cupra sulle pari opportunità realizzata, in occasione dell'8 marzo, su un campione di oltre mille donne tra i 18 e i 65 anni, una donna su tre lavora per passione. Ma nessuno investe sul lavoro femminile. La cultura continua ad inquadrare le donne all'interno del ruolo tradizionale, che alle donne non piace e non è mai piaciuto poichè imposto dalla classe dominante maschile ai tempi remoti.

Per il 29,7% delle italiane, il lavoro è fonte di realizzazione e il 27,8% del campione vive il proprio lavoro come un piacere. Il 50% delle donne lavora per garantirsi l'indipendenza economica e il 32,4% per necessità.

Il 54,9% del campione è convinto che se una donna che occupa un ruolo di prestigio lo ricopre grazie a capacità, determinazione e qualche rinuncia, in particolare nella sfera affettiva e familiare; per fortuna  che solo una donna su quattro crede che dietro una carriera brillante ci sia il ricorso ad scorciatoie poco lecite.
 
4) Stereotipi culturali


Per il 52%, se una donna occupa un ruolo professionale più elevato del proprio marito o compagno questo giochi il rapporto. Non sarebbe il tempo sottratto alla famiglia per la carriera la causa delle possibili difficoltà, ma la competizione tra i partner a degenerare il rapporto (60%). 

Piu' della metà delle donne ritiene che la femminilità sia una carta vincente per la carriera. In particolare, una su due considera la cura di sé come un piacere a cui non è possibile rinunciare, in media, per 31 minuti al giorno.


Le donne italiane, anche le  laureate,  scelgono sempre più spesso di stare a casa quando nasce un figlio soprattutto per l'elevato costo di cura dei figli, che rende impossibile lavorare.

Lo dimostra da uno studio, Female education and employment, making the most of talents di Alessandra Casarico e Paola Profeta di Econpubblica, presentato a Milano nel corso del workshop Institutions and the gender dimension organizzato dall'Università Bocconi.

5) Condizione lavorativa

Secondo le due ricercatrici sarebbe possibile aumentare il tasso di occupazione femminile puntando su una spesa pubblica più alta per le famiglie, per la prima infanzia, e sulla diffusione di forme di conciliazione tra lavoro e ruolo di cura e puntando sul part time.

Le ricercatrici sottolineano che in Svezia, dove la percentuale di lavoro part time rispetto al lavoro totale è del 23%, la percentuale di donne tra i 25 e i 64 anni con un'istruzione superiore o universitaria raggiunge l'85%; in Italia, dove il part time è il 12,7%, tale percentuale si ferma al 48%.


C'è quindi un migliore rapporto dove la spesa è più elevata come accade ad esempio in Svezia e Danimarca dove  il 3,5% e il 4% del pil sono destinati a l'aiuto delle famiglie e delle donne e dove la percentuale di donne con istruzione superiore è dell'85% e del 79%; in entrambi i Paesi la percentuale di donne con istruzione superiore occupate supera il 75%.
 

In Italia e in Spagna, due tra i paesi in cui le famiglie ricevono meno trasferimenti, poco più dell'1%, le donne più istruite non raggiungono il 50%, mentre quelle istruite e occupate sono il 65% e il 61%.


"E' noto", ha spiegato Paola Profeta, "che in paesi come l'Italia il tasso di occupazione femminile è molto basso, del 46,7% rispetto a un obiettivo di Lisbona del 60%. Meno noto è che in questi paesi donne con istruzione superiore o universitaria spesso non lavorano, a differenza degli uomini e a differenza di quanto avviene per esempio nei paesi scandinavi".

Quando le donne devono decidere se istruirsi, non hanno un'informazione completa sui costi ai quali andranno incontro nella cura dei loro figli, nel momento in cui diventeranno mamme.

"Esistono quindi delle donne", ha aggiunto Alessandra Casarico, "che, una volta scoperto il costo di cura dei figli, se questo risulta molto alto, pur essendosi istruite ritengono conveniente non lavorare".


La nostra assenza dal mercato del lavoro genera un grave spreco di talenti.

"Sarebbe opportuna una politica di spesa pubblica a favore delle donne lavoratrici o una politica di sgravi fiscali", secondo Profeta.

"In presenza di un ambiente istituzionale e culturale ideale, la mancata conoscenza del costo di cura della prole, al momento della decisione sull'istruzione, non sarebbe un problema, perché tutte le eventuali differenze di costo effettivo rispetto a quello atteso sarebbero neutralizzate dalle istituzioni".


Secondo l'Indice sulla Parità di genere (GEI) per il periodo 2004-2008, calcolato dal Social Watch, network che conta organizzazioni in oltre 60 nazioni, una donna su due nel mondo non gode degli stessi diritti.

Il GEI classifica 157 Paesi in una scala in cui 100 indica la completa uguaglianza tra donne e uomini.


L'Italia si classifica solo al 70esimo posto, subito dopo Paesi del terzo mondo come Bolivia, Botswana, Bielorussia, Repubblica dominicana e Singapore (66).

Il Paese in prima posizione, la Svezia, vanta un indice di 89, mentre la media mondiale è pari a 61.


Nelle prime 15 posizioni dell'indice si piazzano altri Paesi dell'Europa del Nord (Islanda, Danimarca e Finlandia) e una buona rappresentanza di Paesi in via di sviluppo africani e asiatici(Mozambico, Burundi, Cambogia, Ghana, Vietnam, Uganda, Madagascar, Kenya e Guinea).


Nella classe politica in Italia le donne costituiscono solo il 17.5% dei parlamentari, relegate a figure ornamentali e  marginali e ancora è massiccio il divario uomo-donna nella partecipazione al mercato del lavoro e nei salari percepiti.


Inoltre i salari delle donne sono del 20% piu' bassi dell'uomo a parità di mansione e poche donne sono presenti nei vertici a causa di stereotipi culturali che si rafforzano  ultimamente sopratutto nella classe politica. La causa fondamentale è che i mezzi di comunicazione non promuovono alcuna parità tra uomo e donna e nemmeno le istituzioni incentivano strutture adeguatea favore delle donne, poichè ancorati secondo una visione arcaica dei ruoli.

*ovviamente non solo nel lavoro siamo svantaggiate, ma anche per quanto riguarda i diritti civili come l'aborto, la contraccezione, l'informazione sessuale e i diritti sessuali, la maternità, la visibilità sociale da parte delle istituzioni, fino a essere poco tutelate perfino nei casi di violenza di genere.
26 Mag 2009
Elezioni europee: Le donne sempre più distanti!


La politica continua a tenere a debita distanza le donne.
L’ultima conferma arriva dalle liste presentate per le prossime elezioni europee: considerati i principali partiti, infatti, la percentuale di donne candidate si ferma al 32,1 per cento del totale. Esattamente due punti in meno di quanto era avvenuto alle ultime Europee, quelle del 2004, quando la percentuale femminile era stata del 34,1.

Andando a vedere all’interno delle singole coalizioni, quello che emerge è un sostanziale equilibrio nella composizione di genere delle liste. Quasi tutti i partiti si aggirano intorno alla media generale, senza particolari differenze tra destra, sinistra e centro.


Dopo Rifondazione comunista (che ha presentato circa 4 donne ogni 10 candidati), il partito con la più alta presenza femminile è il Pdl con il 38,9 per cento. Alle sue spalle, si piazzano il Partito democratico e la lista Bonino-Pannella, entrambi con il 37,5 per cento. Seguono la Lega Nord (36,1), l’Udc e Sinistra e libertà (33,3), l’Italia dei valori (31,9), L’Autonomia (16,7) e Fiamma Tricolore (15,5). (Fonte: Osservatorio di Genere Arcidonna)


“Ancora una volta le donne sono state relegate ai margini della politica – dice Valeria Ajovalasit, presidente di Arcidonna, che ha condotto l’indagine elaborata dall'Osservatorio di Genere di Arcidonna (www.arcidonna.org)– Se il dato di una donna ogni tre candidati può sembrare dignitoso agli occhi degli italiani, va ricordato innanzitutto che nel 2004 la percentuale di donne nelle liste era stata più alta. Ma non solo: chiuse le urne, cinque anni fa le deputate elette furono solo il 17,9 per cento sul totale della delegazione italiana al Parlamento europeo, contro una media generale del 30 per cento. Analizzando bene le liste presentate, posso sbilanciarmi dicendo che la presenza di donne italiane a Strasburgo resterà più o meno la stessa, se non ancora più bassa”.

La Ajovalasit se la prende anche con la legge elettorale. “Purtroppo, per dare una scossa alla politica del Belpaese – continua – ci sarebbe voluto l’obbligo di indicare almeno una donna tra le preferenze che ogni elettore può scegliere. Questo non è avvenuto ed è normale che la lotta con i big maschili dei partiti sia ad oggi impari”.

Tornando all’indagine di Arcidonna, va sottolineato anche la sostanziale omogeneità tra aree geografiche: se nella circoscrizione Nord occidentale la percentuale di candidate è del 37,9, in quella Insulare è del 36,3. La maglia nera va alle liste della circoscrizione Meridionale con il 25,1 per cento, mentre quelle delle circoscrizioni Nord orientale e Centrale si attestano rispettivamente sul 33,1 e 30 per cento.
 

“E’ ormai stancante ribadire che non c’è differenza tra politici del Nord e del Sud – dice ancora la Ajovalasit – E’ la cultura dell’intero paese che sconta un grave ritardo nell’implementazione delle pari opportunità, (che è poi un ritardo della nostra democrazia). Lo dimostrano i dati sulle violenze di genere, ad esempio. Gli stereotipi sessisti che continuano a circolare nei media e in un sistema formativo e professionale sempre più in crisi. E lo dimostrano gli uomini della politica. Come quell’imprenditore settentrionale che oggi, da presidente del Consiglio, ha provato a sdoganare le “veline” come nuova frontiera della lotta per le pari opportunità. Alla faccia delle tante donne competenti che per anni hanno lavorato sul territorio. Per fortuna – conclude – c’è stata una donna a fargli cambiare idea”.

Da Arcidonna

19 Mag 2009
Il corpo delle donne e il protocollo contro la pubblicità sessista

http://www.ilcorpodelledonne.it/documentario/header.gif

Il documentario "Il corpo delle donne" di Lorella Zanardo e Marco Malfi Chindemi è ora online per intero: lo trovate QUI.

Ico Gasparri è un fotografo che promuove un Protocollo contro la pubblicità sessista. Questo.

Contro la pubblicità sessista

Il Protocollo contro la pubblicità sessista intende proporsi come uno strumento di partecipazione attiva delle cittadine e dei cittadini alla vita collettiva: una militanza per un diritto violato, una vera e propria campagna di civiltà.

Questo strumento intende ostacolare con campagne di opinione civile la diffusione di tutte quelle forme di “comunicazione pubblicitaria a fruizione obbligatoria” – in altri termini di campagne pubblicitarie affisse in luoghi pubblici – che trasmettano non solo esplicitamente, ma anche in maniera subdola, edulcorata, camuffata, allusiva, simbolica e subliminale, messaggi che suggeriscano, incitino o non combattano il ricorso alla violenza esplicita o velata, alla discriminazione, alla sottovalutazione, alla ridicolizzazione, all’offesa nei confronti delle donne.

Con il protocollo non si intende contestare i prodotti, i concetti, le aziende o i marchi rappresentati, ma la comunicazione discriminante e sessista attraverso la quale questi vengono.

L’adesione al Protocollo è aperta a cittadine/i di qualsiasi nazionalità e avviene mediante la comunicazione all’indirizzo di posta elettronica pcps@fastwebnet.it del proprio Cognome, Nome, data di nascita, professione, città di residenza e indirizzo di posta elettronico (indispensabile) e la frase: “aderisco al protocollo contro la pubblicità sessista”. L’obiettivo è quello di raggiungere il più alto numero di firme a livello nazionale ed internazionale, anche collegandosi ad altri gruppi di opinione presenti in altri paesi che perseguano i medesimi fini. Anche i gruppi e le associazioni possono aderire. L’adesione si intende effettuata una volta per tutte e sarà valida fino alla richiesta esplicita di rimozione da parte dell’interessata/o.

Il Protocollo con un testo di contestazione e l’elenco aggiornato degli aderenti, con cognome, nome, data di nascita, residenza e professione (senza la e-mail), unitamente a una riproduzione fotografica della campagna in oggetto, sarà presentato tutte le volte che si riterrà opportuno, anche se questo dovesse significare decine e di volte:

1) alla direzione (commerciale, strategica e marketing) dell’azienda reclamizzata;

2) all’agenzia pubblicitaria che ha firmato la campagna;

3) alle modelle o ai modelli, ai testimonial che abbiano prestato la propria immagine;

4) al Sindaco della Città che ospita le affissioni, differenziando di volta in volta le città, trattandosi in genere di campagne nazionali;

5) agli organi di stampa e TV che accoglieranno questa protesta e gli daranno risalto;

6) ai direttori delle riviste, quotidiani o altro organi di informazione cartacea o multimediale che abbiano ripubblicato la medesima campagna affissa in luoghi pubblici.

7) I firmatari sono avvertiti con la posta elettronica ogni volta che il protocollo sarà messo in atto.

8) Tutti i singoli aderenti contribuiranno alla diffusione del Protocollo come modello di cittadinanza attiva, raccogliendo ulteriori firme a sostegno in ogni sede e modalità possibile.

PROTOCOLLO CONTRO LA PUBBLICITA’ SESSISTA

pcps@fastwebnet.it

11 Mag 2009

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