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Sicurezza per noi è altro!
http://www.inventati.org/donnola/img/bimbesicure2.gif

Donnole hanno creato questo spelndido volantino. che recita:


Giustificare decreti di urgenza come quello antistupro e leggi razziste come il "pacchetto sicurezza", costruendo l'immagine di un nemico straniero che stupra le "nostre" donne è l'ennesima violenza che ci viene fatta.
La violenza sulle donne la fanno i maschi, non conosce passaporto. Avviene in grandissima parte nel chiuso delle case, e per mano dei mariti, fidanzati, parenti, conoscenti. Spesso la vittima viene accusata: è lei ad essere stata "indecorosa".

Non ci faremo usare per agitare fantasmi i paura.
Non in nostronome razzismo e repressione.
Non deleghiamo a nessuno la nostra difesa.
No alle ronde e la militarizzazione della città per la nostra "sicurezza".

Sicurezza è una città viva e libera
Sicurezza è tante donne per le strade
Sicurezza è un reddito non precario
Sicurezza è arrivare a fine mese
Sicurezza è istruzione e cultura per tutte/i
Sicurezza è un tetto sulla testa
Sicurezza è non annegare nello smog
Sicurezza è non morire sul lavoro
Sicurezza è una sanità gratuita che funzioni
Sicurezza è il diritto all'acqua:libera,potabile e gratuita
Sicurezza è essere diversi senza essere discriminati
Sicurezza è energie rinovabili
Sicurezza è uguali diritti pernativi e migranti
Sicurezza è basta con l'uso del corpo delle donne per vendere merci!
Sicurezza è evitare di restare incinta quando lo decido io
Sicurezza è non prendere malattie sessualmente trasmissibili
Sicurezza è trovare la pillola del giorno dopo
Sicurezza è nè padrini nè padroni
Sicurezza è i entri Antiviolenza e le Case delle donne  
30 Mar 2009
Donne e bambini in Italia, solo corpi contesi
A Zurigo una donna diventa sindaco della città. Corine Mauch, si dichiara inoltre apertamente lesbicaIn Spagna, un trans può avere dei figli. Nonostante sia felice per questa svolta paritaria, la mia felicità si ferma qui perchè scopro che in Italia, l'orologio del tempo si è fermato al medioevo. A Milano i gay non possono donare il sangue.

Nel nostro Paese essere gay significa essere portatori di malattie sessualmente trasmissibili. Nel nostro paese i pregiudizi sono duri a morire. Se un omosessuale non può accedere  ad elementari diritti come la sanità, difficilmente gli possono essere conosciuti diritti maggiori.

Nemmeno le donne. Le precarie se vogliono un figlio sono costrette a stare in casa. Al nido non le vogliono.
Fino all'anno scorso i/le precari/e erano considerati uguali ai lavoratori dipendenti e potevano dagli il punteggio nelle graduatorie per iscrivere la prima volta un figlio al nido.
Quest'anno la giunta di Alemanno ha cambiato le cose. E' ovvio che ci sia una chiara intenzione di mandare le donne a casa.

La battaglia contro gay e donne nel nostro paese è sempre aperta. Le donne continuano ad essere considerate territorio di contesa tra branchi di uomini.

Da una parte ci sono le ronde che invadono le città contro branchi stranieri che toccano le "loro donne", dall'altra parte ci sono le secolari risse mortali da bar che confermano la cultura del possesso verso le donne, rivolte a chi rivolge uno sguardo di troppo alla sua fidanzata. Poi c'è la donna contesa economicamente, il marito della donna che vuole soldi per non denunciarlo e l'italiano che l'aveva molestata e poi le spara assieme a lui.

Poi c'è quello che uccide la moglie. E' bastata solo un email ricevuta dalla casalinga a scatenare la furia omicida che l'ha quasi decapitata. Accade a Catania davanti a suocera e ha privato della madre un figlio di soli 15 anni. Poi chiama il 113 come se avesse fatto un "dovere".

Le donne nel nostro paese sono considerate delle proprietà, alcuni per cultura si sentono uomini a esercitare il loro potere sui nostri corpi: disponendone, picchiandolo, macellandolo, umiliandolo, abusandolo, eliminandolo, decidendo quando perivarci della vita, della libertà, della serenità. Si sentono Dio in un harem di schiave.  

A Novara dei genitori protestano e vogliono allontanare l'insegnante per una lezione di educazione sessuale ritenuta troppo esplicita per dei ragazzi di 11 anni. Si ritiene però più giusto tenere i ragazzini disinformati o informarli troppo tardi quando non c'è più nulla da fare.

Il sesso fa paura, fa credere a delle conseguenze. L'informazione sessuale è giudicata come un film porno o peggio: dell'orrore.
Da qui nascono gli approcci sbagliati tra uomini e donne, la disinformazione è agevolata da una visione distorta del sesso che si tramanda di padre in figlio.  La disinformazione è causa. L'ostilità verso ogni forma di informazione è effetto di come viene percepito il sesso. Il sesso utilizzato come quello che viene percepito da generazioni: un qualcosa che deve offendere o ferire.(Parlare di sesso in tv ofende la morale per dirla breve).

A Civitavecchia una commessa sedicenne è stata quasi violentata da un commerciante. Questa dipendenza da la "licenza" agli abusi e la schiavitù. Non è un caso. Non è un caso che la maggior parte delle violenze sono sul posto di lavoro, in casa, nelle parrocchie o a scuola. Nonappena una donna dipende economicamente (o negli affetti) viene considerata una proprietà facilitata dalla difficoltà di fuggirne.

Non sono rare. Ne ho per esempio pescate altre tre.  Un infermiere a Brindisi, violenta le sue pazienti disabili, A Caserta violenza sesusale su dipendenti da parte di un titolare di un impesa di pulizia che tra l'altro le assumeva in nero. E come al solito per loro scattano i domiciliari. Due poliziotti condannati per violenza sessuale su due sexworker. L'episodio risale al 1997. Le due ragazze sono state portate con la scusa di un controllo. La cosa che mi dispiace che ci sono donne che si rendono complici di mariti simili.

Poi c'è la pedofilia, quella che è tabu' intoccabile, quella che fa meno paura di un insegnante che informa i bambini, quella cui le istituzioni consentono il patrocinio gratuito agli orchi.
A Lucca, una bambina viene violentata e il suo aguzzino viene difeso con patrocinio gratuito. Soli due anni e mezzo per un altro pedofilo che violentò a Cuneo tre bambine sotto i 10 anni.

Donne e minori continuano ad essere ridotti in schiavitù, costretti a dipdnere dalla loro famiglia, dai datori, che tiene loro addosso l'etichetta dei padroni. Le donne subiscono la precarietà che le rende vulnerabili ai loro datori, ai loro mariti, ai familiari.

Il governo chiude gli occhi davanti al legame che c'è tra violenza sulle donne e i minori e schiavitù, rendendosi complice del silenzio delle vittime e la vergogna, la colpa che questa società gli appioppa e la solitudine che le lascia sole e ancora più in balia della violenza e le conseguenze.
 
Inoltre c'è lo stereotipo ormai logoro che rende l'uomo un individuo dagli istinti sessuali incontrollabili. Questo pregiudizio è pericoloso perchè alimenta gli stupri, come si sa alla fine vengono giustificati, in compenso si invitano le donne a limitare loro la libertà, a morigerarsi o adottare vestiti poco apariscenti. Noi sappiamo che chi usa questi pregiudizi è uno comunque responsabile degli stupri.

Se una vittima ha paura, prova sensi di colpa, prova un profondo stato di schock che dura anni e mai curato, di tutto questo è responsabile il nostro Paese che le lascia sole poichè le ritiene ancora colpevoli, impure o da poco valore alle loro vite, come la stessa concezione che ha uno stupratore della sua vittima. Abbiate il coraggio di chiamarla con il proprio nome: cultura dello stupro.
30 Mar 2009
La solitudine delle donne stuprate
Da Femminismo a Sud

Daniela Valentini, assessore regionale del lazio, dopo aver visto la trasmissione di porta a porta (di cui vi abbiamo parlato) nella quale la ragazza protagonista dello stupro di capodanno è stata giudicata e condannata senza difesa e senza appello, ha preso carta e penna e ha scritto una lettera pubblicata su repubblica. La ragazza, che stringiamo in un abbraccio solidale, ha risposto con una lettera straziante. Copiamo e incolliamo entrambi gli scritti, non per nutrire il pubblico morboso e assetato di sangue, non per legittimare la logica dei processi mediatici, non perchè riteniamo ci sia nulla da dimostrare e soprattutto non perchè riteniamo che per essere credibili in quanto vittime di stupro bisogna fare l'elenco delle ferite. Lo stupro esiste anche dove non c'e' sangue. La maggior parte delle vittime di stupro e molestia non possono dire di riportare ferite evidenti. Una discussione che ragioni di questo (fuori dai tribunali) non si può basare su questo grandissimo (e voluto) equivoco. In questo modo si agisce esattamente sullo stesso terreno nel quale vogliono portarci quelli che decidono entro quali limiti uno stupro possa definirsi tale. Riportiamo dunque le due lettere per farvi rendere conto di quello che una donna che denuncia uno stupro è costretta a subire in fase processuale e perchè su questo va fatta una battaglia culturale forte.

........

Caro direttore, ho avuto modo di conoscere e parlare con Claudia - chiameremo così la ragazza stuprata a Capodanno - e di sentirla raccontare l'orrore che ha vissuto che l'ha segnata, ferite di cui non si libererà facilmente né in breve tempo. Ha subito un'operazione vaginale per la quale sono occorsi molti punti di sutura, ha visto il suo stupratore uscire di prigione dopo pochi giorni per concessione degli arresti domiciliari e ora è soggetta a processi in trasmissioni televisive senza potersi difendere. Ricominciamo dalla prima lettera dell'alfabeto: chi è la vittima, lei o lo stupratore? A chi viene imputato il crimine, a lei o allo stupratore? Chi difende la legge italiana, lei o lo stupratore? Una ragazza di 25 anni, residente in un paese della provincia romana, festeggia il Capodanno nella capitale e diventa vittima di un crimine orrendo, cerca di riprendersi, cambia lavoro, esce dalla sua cittadina, frequenta un centro antiviolenza che le dà sostegno psicologico e poi tutto ripiomba nel buio. Questo è successo l'altra mattina, dopo e servizi trasmessi la sera prima. Claudia è tornata in uno stato di disperazione dalla quale non sappiamo quando e come ne uscirà. Perchè i violentatori hanno sempre delle mamme che li difendono e vengono intervistate mentre le madri delle vittime si vergognano per e insieme alle figlie? Che razza di civiltà è questa? Dove sono i valori della nostra comunità? Forse è arrivato il momento di interrogarci tutti insieme, ma anche di dare risposte avanzate. Non si capisce bene cosa sia successo il 1° gennaio 2009, ma se la ragazza in qualsiasi circostanza sia avvenuto ha detto " NO BASTA!! ", chi ha insistito e persistito l'ha violentata, prova ne siano i punti vaginali che le sono stati necessari, le ecchimosi sul viso e sul corpo, i segni di strangolamento sul collo. Dove inizia l'autodeterminazione della donna, o anche quella è reato? Per questo voglio rivolgere un appello a tutte e soprattutto alle ragazze: noi abbiamo lottato tanto per affermare la nostra autonomia e libertà e abbiamo pagato tanto, ora dobbiamo avere la forza di ricominciare da capo non per chiedere qualcosa a qualcuno ma per affermare che ci siamo, contiamo e non vogliamo tornare indietro, in barba ai penpensanti che hanno già colpevolizzato le donne e le ragazze stuprate. Cara Claudia, non è né una responsabilità propria, né una macchia essere violate, ma è la società a doversi vergognare di non saper difendere le ragazze che denunciano le violenze, capace di trasformarle da vittime in carnefici. Oggi sono in molte a essere solidali con te come lo sono io.

Daniela Valentini.
 


Caro direttore, è stato bello leggere la lettera di solidarietà di Daniela Valentini pubblicata da Repubblica. Mi ha fatto sentire meno sola. Lo so che tante donne e tanti uomini mi vogliono bene. Questo mi aiuta ad alleviare la difficile situazione dalla quale molte volte non vedo vie di uscita e di futuro.

Me lo avevano detto che le difese degli stupratori dicono sempre che le donne erano consenzienti o che sono delle provocatrici. Me lo avevano detto che le difese di questi "bravi ragazzi" cercano di far passare il messaggio che in fondo in fondo ogni donna stuprata è una poco di buono. Io non ci credevo, non volevo crederci. Pensavo che non esistessero persone così ciniche e così cattive, e poi, nel mio caso, pensavo, c'e' la cartella clinica che dimostra la violenza che è stata esercitata contro di me.

Invece è successo anche a me, in una trasmissione televisiva il maschio viene giudicato non colpevole, io consenziente, da sola mi sono provocata i segni di strangolamento, le tumefazioni e le lacerazioni alla mia vagina.

Io ero una ragazza tranquilla, con il mio lavoro e la mia vita. Maledetta la scelta di passare la sera di capodanno a quella festa. Avevo lavorato fino alle ore 22 del 31 dicembre. Finito il mio turno, con un gruppo di amici abbiamo deciso di andare a Roma. Vorrei non esserci mai stata.

Oggi ho paura di tutto. Ho paura di camminare da sola. Ho paura del buio, ho paura del mio futuro. Vai ad una festa, un "bravo ragazzo" ti violenta e da allora cambia la tua vita. Ed il brutto è che cambia anche la vita della tua famiglia. Cara Daniela, lo so che non mi debbo vergognare, ma non è facile. Mi vedo sempre osservata, giudicata, condannata. potrò dimenticare? Potrò ritornare a fare una vita normale? Avevo iniziato, ci stavo provando, e poi quella trasmissione televisiva, quella sentenza senza potermi difendere, mi ha fatto tornare indietro.

Ora ho bisogno di dimenticare. Sono fiduciosa che sarà il vero processo a darmi giustizia. nel frattempo spero di avere un po' di pace. Forse il silenzio sul mio caso mi potrà aiutare.

>>>^^^<<<

Le violenze degli ultimi giorni, sempre tratte dalla rassegna stampa di ZeroViolenzaDonne.it:

Civitavecchia, un commerciante è stato denunciato per abusi e molestie nei confronti di una ragazza di sedici anni; Bari, l'infermiere accusato di violenza nei confronti di tre pazienti è stato arrestato; Caserta, il titolare dell'impresa di pulizie arrestato per violenza sessuale nei confronti di due dipendenti è stato rimandato ai domiciliari; Lucca, un signore viene processato per violenza su una ragazzina che all'epoca dei fatti aveva 10 anni. Da lì al processo è passato un po' di tempo (?), inoltre chi scrive la notizia nel giornale di cronaca locale sembra porre la "stranezza" della vicinanza del signore ai familiari della vittima. Come dire: se era una persona conosciuta non può essere vero. Complimenti per lo spiccato acume. Genova, due poliziotti sono stati condannati in appello a sette anni per violenza su tre sex workers dentro il loro distretto dove le donne erano state portate con la scusa di un controllo. In aula la moglie di uno dei due stupratori ha chiesto ai cronisti di non scrivere e non metterli alla gogna perchè starebbero pagando abbastanza. Ci sono donne e donne, le mogli e le puttane. Le mogli (come certe madri) a volte continuano a fare il loro sporco mestiere fino alla fine

29 Mar 2009
la schiavitu' di donne e bambini del secondo millennio
Per un mese si è parlato del caso austriaco circa la segregazione per 24 anni di Elizabeth Fritzl da parte di suo padre. Questa notizia a indubbiamente fatto il giro del mondo ma si è dimenticato che queste storie non sono rare e spesso costtuiscono la "quotidianità" in temrini di percentuali e che i loro aggressori non stuprano o segregano donne e bambine perchè sono malati.

Mentre in Austria questi drammi almeno emergono, in Italia si preferisce condannare una donna o minore agli abusi famigliari anzichè mettere le mani nel degrado familiare che ancora le società, sebbene occidentali, storie di madri, mogli e figlie segregate siano tutt'altro che rare. Anche le ronde confermano che la cultura che ci considera delle "proprietà" è ancora oggi presente. 

Non è una caso che le donne e le bambine non abbiano ancora coraggio di denunciare.
Sicuramente avrete sentito il caso della figlia segregata per 6 anni in Polonia, oppure figlie violentate e messe incinte dal padre 19 volte in Inghilterra.

Non ci si può limitarsi a chiamarli mostri. Dare del pazzo a chiunque fa atti del genere è riduttivo, poichè questi considerano esclusivamente le femmine della famiglia, n quant tali, delle proprietà nella quale è lecito togliere loro o limitare la libertà e disporne come vuole del proprio corpo.

In Italia sentire parlare solo del caso Fritzl come se il nostro paese sia esente da episodi sconcertanti, sinceramente mi sembra ignoranza pura. In italia casi simili sono molto frequenti e non si discostano di molto dalle storie di donne maltrattate da integralisti.
 
Avrete sicuramente sentito il caso della donna segregata per 18 anni in una stanza dai genitori e altri parenti, poichè era incinta in seguito ad una relazione con un uomo. 
La vicenda risale al dicembre del ’90 quando Maria Monaco diede alla luce un figlio di cui non si conosce il nome del padre e i famigliari della donna le impedirono di avere contatti con il mondo esterno.

Poi c'è la donna segregata per ben 50 anni dal marito e la ragazza che è stata illusa di amore e poi costretta a prostituirsi sotto botte e minacce che fa meno notizia degli sfruttatori rumeni.

La notizia piu' recente è la venuta a galla della storia di una donna 34enne che denuncia il padre e il fratello per averla segregata e violentata per 25 anni. Pare che le abbiano fatto lasciare la scuola. Le violenze iniziano quando aveva 9 anni. Padre e fratello hanno violentato anche le cugine tra i 6 e i 20 anni.

Queste storie hanno tutte un punto in comune. Le vittime sono donne o bambine, tutte di sesso femminile.
Gli aggressori sono i loro padri o parenti. Nessuno sconosciuto, nessun rumeno, nessun problema di sicurezza. Qui si parla di donne e minori che vengono segregate in casa, violentate e private della loro libertà in tutti i casi descritti.

Si fa presto a parlare e non compredere che fa ancora parte della nostra cultura credere che chi è di sesso femminile appartiene ad una famiglia, ad un branco, che può liberamente abusare di loro rovinagli la vita ma al contempo riempirsi la bocca con politiche che  salvaguardiano loro dai branchi esterni, che definiscono le città pericolose e le famiglie sicure.

Molto spesso le vitime sono i bambini, piu' in particolare le bambine che non vengono nemmeno credute, da chi stesso poi alimenta questi reati.
Su femminismo a sud, ci sono due post che mettono in luce lo scandalo di come la tv, la pubblicità espone i corpi delle bambine.

In questo blog ho solo parlato della tendenza di usare il corpo delle donne, limitandomi alle donne adulte, ma grazie a questi duearticoli ho notato che anche il corpo delle piccole non è esente dall'esposizioni che le rende prede dell'assalimento sessuale , in particolare dei pedofili.

Ho rabbrividito tantissimo, tanto che ritengo opportuno dedicare spazio ed unirmi alle lotte contro il proliferare gratuito della pedopornografia.
Non è solo una questone di sessismo. In Svezia so' che stanno portando avanti campagne contro i giocattoli sessisti che propongono i ruoli tradizionali, mentre in America e in Italia (per non andare lontano) la moda offre bambine patinate per pubblicizzare abiti, o patinate e servette per pubblicizzare le Sottilette.
Mi chiedo se è veramente necessario indignarsi soltanto alle storie choc di bambine spose se poi l'arte della pedofilia colpisce in egual modo anche l'occidente.
http://www.oliverio.eu/anna/SESSUALIZZAZIONE%20BAMBINI_file/image004.jpghttp://www.oliverio.eu/anna/SESSUALIZZAZIONE%20BAMBINI_file/image005.jpg

Psicologia Contemporanea                           (gennaio febbraio 2008, n. 205)
 
Anna Oliverio Ferraris  - Jolanda Stevani
L’EROTIZZAZIONE DEI BAMBINI NELLA PUBBLICITA’

Quando sentiamo parlare di abuso infantile, il nostro pensiero e i nostri sentimenti vanno, in maniera quasi automatica, agli sventurati piccoli protagonisti di squallide storie, fatte di maltrattamenti fisici e sessuali ad opera di adulti.

La violenza all’infanzia è una realtà con la quale le cronache ci costringono a fare i conti. Esistono tuttavia manifestazioni più mascherate e subdole di violazione dell’infanzia, ossia tutte quelle forme di sfruttamento che il mondo adulto mette in atto nei confronti dell’universo infantile e che, con un’unica espressione, potremmo definire “furto dell’infanzia”.

Nella nostra società l’infanzia è spesso al centro di un processo schizofrenico: da un lato la protezione del bambino è riconosciuta, come mai nel passato, un valore primario e inderogabile dalla collettività; dall’altro appare invece diffusa la tendenza a perseguire forme sempre più pervasive di “adultizzazione” dei bambini, che violano questa età della vita proprio nel suo principio costitutivo, cioè il “diritto ad essere un bambino”, di crescere cioè seguendo tempi e tappe fisiologiche.

La forma di adultizzazione precoce di cui ci occupiamo qui è l’erotizzazione dei bambini, in particolar modo quella che viene veicolata da alcuni messaggi pubblicitari. 

Bambini erotizzati

Innanzitutto è necessario chiarire che cosa si intende per erotizzazione. Secondo la definizione dall’American Psychological Association, il concetto comprende quattro fattori, ciascuno dei quali, preso singolarmente, può essere indice di erotizzazione, tant’è che non è necessaria la compresenza di tutti e quattro i fattori per determinare il fenomeno che, è bene sottolinearlo, non ha niente a che vedere con una sana sessualità. Si può parlare di erotizzazione quando:

- il valore di una persona è ricondotto esclusivamente al suo sex appeal o al suo comportamento sessuale;

- una persona è tenuta a conformarsi ad un modo di pensare che equipara l’attrattiva fisica con l’essere sexy;

- una persona è considerata un oggetto sessuale, vale a dire destinata ad essere usata da altri come tale, piuttosto che essere stimata per la sua autonomia e capacità decisionale;

- la sessualità è imposta ad una persona in modo inappropriato. 

Per l’argomento che stiamo trattando, tra i fattori sopraccitati quello che qui interessa è soprattutto l’ultimo. Freud ci ha insegnato che  i bambini hanno una loro sessualità, la sessualità infantile però è diversa per molti aspetti rilevanti dalla sessualità degli adolescenti e degli adulti. Inculcare perciò nei bambini modelli di comportamento o atteggiamenti sessuali tipici degli adulti è una forma di pressione che assomiglia a una violenza.  

In termini generali, possiamo dire che il fenomeno rappresenta purtroppo una tendenza di questi anni, in particolare dei media. Oltre alle immagini pubblicitarie argomento della nostra indagine, ci sono le riviste destinate alle lettrici più giovani, le quali proliferano di messaggi che rimarcano l’importanza di presentarsi sessualmente attraenti per stuzzicare l’interesse dei maschi.  Internet, poi, è una miniera di materiali che propongono soggetti in tenera età rappresentati in maniera erotizzata. Stilisti alla moda seguono questa tendenza. Da ricerche recenti emerge che, mentre in passato l’approccio dei più piccoli a tematiche di tipo sessuale si realizzava in modo prevalentemente indiretto, nel senso che si basava soprattutto sull’esposizione a rappresentazioni erotizzate di adolescenti e adulti, oggi per i più piccoli l’iniziazione a queste tematiche è diventata più diretta ed immediata.  Sui media e in alcune pubblicità i bambini vengono oggi  proposti in pose e abbigliamenti che, in maniera più o meno esplicita, veicolano messaggi di tipo erotico (vedi le figure A e B). 

Bambini accelerati

Nel 1991, l’esperto di comunicazione Neil Postman denunciava la scomparsa dell’infanzia, fenomeno già denunciato da altri studiosi, come Vance Pakard, nel corso degli anni Sessanta e Settanta. Secondo Postman la società odierna, consumistica per eccellenza, tende ad opacizzare le differenze tra adulti e bambini, ponendoli sotto il comune denominatore di consumatori e, come tali, sempre meno facilmente distinguibili, non solo nel linguaggio, ma anche negli atteggiamenti e nelle aspirazioni, persino nei comportamenti relativi alla sessualità.

Così, sempre più spesso si vedono piccoli assumere gli atteggiamenti, pose e movenze degli adulti. L’influenza del consumismo ha trovato terreno fertile nell’evoluzione delle relazioni familiari successiva agli anni Sessanta, sintetizzabile nel passaggio da una struttura familiare di tipo verticale, ad un assetto basato su legami di tipo orizzontale, ossia relazioni genitori-figli di tipo paritario, fondate su una equiparazione di diritti all’interno della famiglia, che di fatto cancella i confini generazionali e indebolisce la scansione delle tappe evolutive.

C’è la tendenza ad accelerare la crescita dei bambini (hurried child syndrome) in nome di una precocità che dovrebbe renderli vincenti nell’arena sociale, quando invece soltanto una crescita che rispetta i tempi dello sviluppo può garantire la formazione di una personalità matura e autonoma.  Tale tendenza è oggi sfruttata dal mercato che nei bambini accelerati vede una grossa fonte di investimenti e di guadagni: se sono dei cloni degli adulti, sia pure in miniatura, ad essi e ai loro genitori si può proporre una gamma di prodotti molto più ampia e articolata di un tempo. 

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27 Mar 2009
Pubblicità offensiva per l'azienda fa ridere e rappresenta le donne. quando la cultura dello stupro è considerata ironica

Di seguito la risposta della ditta Spacciocchiali e le lettere pubblicate dal Messaggero Veneto in relazione al linguaggio pubblicitario contestato dalle donne del presidio dell'otto marzo.

(8 marzo )

10 marzo ----------------------------------------------------------------

«Quella pubblicità non voleva offendere, solo far sorridere»
La ditta di ottica sui cartelloni contestati: l’unico intento era comunicare un’offerta commerciale con ironia
La ditta di ottica che, per promuovere un’offerta commerciale, ha realizzato e affisso per le vie di diversi centri friulani un manifesto che è stato contestato rispedisce al mittente le pesanti critiche che gli sono state rivolte. E spiega anche perchè.
«Ringraziamo le sottoscrittrici del documento (che non sono “le donne”, sono alcune donne) – spiegano dall’ufficio marketing di Spacciocchiali – per averci espresso la loro opinione che, ovviamente, rispettiamo, ma non condividiamo. Stiamo cercando di offrire ai nostri clienti quanto più possiamo, fino a dare gratuitamente la montatura (questo è il termine tecnico per definire il supporto delle lenti) a fronte dell’acquisto di due paia di lenti progressive delle quali il cliente ne pagherà solo una. Possiamo garantire che l’unico fine è quello espresso. Possiamo garantire – sottolineano i responsabili della ditta – che non vi è assolutamente alcun intento di offesa della dignità delle donne, degli uomini, nè di altri. Ci auguriamo che l’ironia abbia ancora la forza di sconfiggere certi pregiudizi. Del resto, leggendo fino in fondo, l’equivoco si svela con immediatezza». Poi la ditta, a proposito delle accuse che si è sentita muovere, osserva: «Le parole utilizzate sono pesanti, molto più che “Fidati..te la do gratis la montatura!” ed il riferimento agli stupri diventa un accusa gratuita che non accettiamo. La gravità dei fatti che capitano da sempre, ed evidenziati in particolare in questo periodo, è indiscussa ed indiscutibile e va punita con il massimo della pena altro non c'è da dire. Per fortuna, il libero arbitrio ci permette di scegliere se sorridere o meno. Noi scegliamo di sorridere, perché siamo puliti. Noi abbiamo riscontri positivi da uomini e donne. E’ ingiusto volere vedere il male anche dove non c’è. Soprattutto quando si ha la presunzione di rappresentare tutte le donne. Proprio per far capire il tono della campagna fino in fondo – concludono i responsabili dell’ufficio marketing – ricordiamo che la campagna pubblicitaria è composta da diverse immagini, alcune delle quali hanno anche come protagonisti uomini».

10 marzo-----------------------------------------------------------------

PUBBLICITÀ
Un parallelo
fuori posto
Leggendo l’articolo indignato del presidio di donne per la giornata dell’8 marzo, riguardante il manifesto pubblicitario di una ditta di occhiali, si evince come paradossalmente esse incorrano nell’errore di usare lo stesso linguaggio offensivo e volgare che vorrebbero censurare. Detto presidio mette in parallelo l’argomento pubblicità con l’argomento ronde (ma cosa c’entra?) e rappresenta come abbietti e compiacenti i sostenitori delle ronde per la sicurezza; non si capisce con quale criterio di valutazione e con quale presunta superiorità se non la stessa che ha ispirato il sentimento maschilista della reclame. Si rivela così, con paragoni a sproposito e interpretazioni personali preconcette, il vero motivo del loro fastidio «la richiesta pressante di tutela e sicurezza» specialmente per le fasce deboli della popolazione. Non si capisce perché detta richiesta, legittima e ovvia, nell’immaginario di una certa area evochi lo spettro del liberticidio, eppure finora le limitazioni alla libertà, le aggressioni e i danneggiamenti ci vengono da tutt’altra parte; infatti dobbiamo sacrificare le nostre abitudini di vita per evitare dispiaceri e a volte non basta. Questo non interessa le signore del presidio che sembrano ferme a ideali del passato, un po’ per nostalgia un po’ per comodità.
Giovanna Comino
segretaria sezione Lega Nord
Udine

12 marzo-----------------------------------------------------------------


Due parole sulla pubblicità
offensiva delle donne di cui si parla nell’articolo del Mv di domenica 8 marzo, della replica dell’azienda e della lettera della signora Giovanna Comino segretaria della Lega Nord del 10 marzo. Credo che sia meglio evitare di far sorridere utilizzando doppi sensi, che anche la signora Comino identifica come ispirati da “sentimento maschilista”.
Personalmente mi assale il disgusto per quella pubblicità, come del resto per molte altre che utilizzano il corpo della donna in modo dispregiativo e volgare per vendere un prodotto, così come per qualsiasi altro tipo di palese strumentalizzazione, anche quella che deve vendere un prodotto politico.
Le “ronde”, lanciate a livello nazionale e riprese localmente, non sono forse questo? Quando «la richiesta pressante di tutela e sicurezza» per quanto riguarda le donne e i minori è legata a violenze che si compiono soprattutto dentro casa? Lo dicono i dati del Viminale, dell’Istat, dello sportello Zero Tolerance del Comune di Udine e quant’altro.
Mi auguro che a queste argomentazioni non si risponda come quel signore che passando al presidio dell’8 marzo in piazza Matteotti disse: «Quando violenteranno vostra figlia, non venite a lamentarvi», perché è della cattiveria intrinseca di quella frase e della falsificazione dei problemi che dobbiamo temere. L’ideale delle donne lì presenti era ed è quello passato e presente della propria autodeterminazione che si realizza nel rispetto, anche del linguaggio (prima forma di educazione), anche di quello pubblicitario, anche di quello politico. Dovremmo avere fiducia nella matrice “celodurista” dei rondisti? Io no.
Marinella Bergagnini
presente al presidio di donne dell’8 marzo

12 marzo-----------------------------------------------------------------

L’8 marzo abbiamo visto sul giornale l’articolo con cui il mondo femminile, nella ricorrenza della giornata della donna, stigmatizzava una volgare pubblicità di una ditta di occhiali che suona più o meno così: “te la do gratis”, in grande e, molto più in piccolo, “la montatura degli occhiali”. Ennesimo esempio di becero maschilismo, frutto di una sottocultura ancora molto diffusa che vede nella donna solo un oggetto, magari da abusare. Non si può non associarsi a questa protesta. Però questo episodio ci suggerisce un’ulteriore riflessione a proposito dei “due pesi due misure” che vengono spesso adottati in questo Paese. Nei mesi scorsi tutte, dicasi proprio tutte, le agenzie che curano la pubblicità sugli autobus urbani d’Italia hanno rifiutato uno slogan proposto dalla nostra associazione, l’Unione degli Atei, agnostici razionalisti – Uaar –, perché ritenuto offensivo di una non meglio precisata morale comune. In realtà lo slogan, più o meno: “Ci sono due notizie: Quella cattiva è che Dio non esiste, quella buona che ne puoi fare a meno”, è del tutto innocuo e non offende assolutamente nessuno. Eppure su questo si è abbattuta la censura, su quelli realmente volgari, come quello citato in precedenza, nessuno ha avuto nulla da dire. Non resta che invitare tutti a una serena riflessione su questi episodi. Inutile dire che l’Uaar sta valutando la possibilità di citare in giudizio le ditte di pubblicità che hanno rifiutato il nostro slogan.
Le donne dell’Uaar
Udine

15 marzo -------------------------------------------------------

PUBBLICITÀ
Una pessima
trovata
Ma che cattivo gusto!
Questo è quello che ho pensato quando attraversando Udine sono incappata nei megacartelloni pubblicitari della ditta di ottica, di cui si sta discutendo su queste pagine negli ultimi giorni. Non ho pensato che bella trovata, non mi è venuto da ridere e nemmeno da sorridere, anzi piuttosto il contrario, un sentimento quasi vicino all’avvilimento. Momentaneo per fortuna, perché qualche giorno dopo scopro di non essere stata l’unica a non trovarci niente di divertente, leggendo il comunicato delle donne riunite in presidio per l’8 marzo a Udine.
Ho deciso di scrivere questa lettera, però, solo dopo aver letto la risposta della ditta interessata, che sembra proprio che il punto della questione non lo “veda”, nonostante tutti gli sforzi per rendere chiara la vista agli altri.
Mi passino, anche loro, il simpatico gioco di parole. Io non metto in dubbio che la ditta venda occhiali e non altre cose, che non sia sua intenzione inneggiare allo stupro, ma se si decide di usare uno slogan di questo tipo il cui contenuto allusorio è innegabile ed evidente per diversi motivi (vedi grandezza caratteri oltre al linguaggio usato eccetera), ci si deve prendere la responsabilità sociale annessa e non si può far finta di cadere dalle nuvole se qualcuno ce lo fa notare. Bisogna rendersi conto che in questo modo si alimenta, rinforza quel comune immaginario che vede la donna come un oggetto, da avere e da prendere! Sottomessa a un destino di possesso. L’ironia in questione non smantella i pregiudizi come vorrebbero far intendere i responsabili della ditta, ma li perpetua.
Non riuscire a capire perché non fa ridere o non trovare niente di male a far ridere in questo modo è anche peggio, ma noi donne “non ci stiamo più”!
Benedetta Bassi
Brazzano

20 marzo -------------------------------------------------------
 

PUBBLICITÀ
Azioni concrete
delle consumatrici
Prendo spunto dagli articoli dei giorni 8 e 9 marzo «Noi donne offese da quella pubblicità» e mi permetto una personale valutazione. Da quando è nata la pubblicità diversi prodotti, per attirare l’attenzione del consumatore, venivano reclamizzati accompagnati da figure femminili senza usare volgarità o doppi sensi come purtroppo accade oggi.
Assistiamo sia in televisione sia sui giornali a un accanimento nella volgarizzazione dell’immagine femminile e alla troppa libertà che rasenta l’indecenza e l’immoralità. Alcune voci si appellano al libero arbitrio per una comoda ed errata valutazione della libertà infatti, il comportamento odierno viene considerato alla stessa stregua sia in casa sia in chiesa, al teatro e in altro luogo.
Non metto in dubbio la buona fede della pubblicità, ma sarebbe più opportuno che la sensibilità avesse il sopravvento onde evitare l’inevitabile reazione da parte della clientela che sente di essere strumentalizzata e offesa. Per concludere, onde conoscere se la protesta è stata effettuata da alcune donne a nome delle donne, cosa succederebbe se, come consumatrici ed econome dei bilanci familiari, le stesse disertassero i negozi che vendono prodotti reclamizzati in modo poco decente e irritante? Sono convinto che la pubblicità in genere acquisterebbe la morale e il rispetto che le compete.
Domenico Cipolla
Udine 
27 Mar 2009

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